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La crisi del terzo secolo

La caduta dell’imperatore Alessandro Severo, e quindi della sua dinastia, determina l’inizio di un periodo di crisi per l’impero romano.

Il suo successore fu infatti un barbaro, Massimino il Trace, che regnò dal 235 al 238

Non sono più i tempi di Spartaco, quando chi veniva dalla Tracia era uno schiavo, e moriva da gladiatore, lottando contro Roma: adesso un trace diventa imperatore.

La sua unica dote era quella di saper menare le mani, non sapeva il greco e sapeva poco il latino, praticamente l’opposto degli imperatori filosofi e filoellenici che erano stati incarnati da Adriano e soprattutto da Marco Aurelio il secolo precedente.

L’esercito è protagonista delle congiure di palazzo, come quella che appunto mise al potere Massimino, e diventa meno efficace contro le minacce esterne.

Inoltre i costi dell’esercito indeboliscono una economia già vacillante, a causa dell’instabilità politica.

In questa fase, infatti, l’oro sparisce dal mercato e la moneta d’argento ormai è fatta con solo 50 parti di argento su 1000 (insomma il 5% è di argento e il resto di metallo molto meno pregiato).

Le minacce più pericolose sono: in occidente i Goti e i Germani, che invadono anche la pianura padana, le tribù di barbari che saccheggiano e distruggono Atene e Corinto, e soprattutto i Persiani a Oriente.

Per ovviare a queste minacce i Romani adottano la tattica di aspettare i rinforzi per rintuzzare gli attacchi dei barbari ai confini, o di fortificare le città con alte e spesse mura, come quelle di Milano, fulcro strategico al centro della Pianura Padana, e di Roma, con le Mura di Aureliano (ancora ben visibili in città) che testimoniano che perfino la capitale inizia ad essere a rischio.

L’imperatore Filippo (244-249) fu detto l’ Arabo, ma in realtà era siriano, di una cittadina a poca distanza da Damasco.

Egli guidò le truppe imperiali contro il re di Persia, lo sconfisse, ma ottenne una pace non duratura e non sufficientemente vantaggiosa per i Romani.

Nel 248 celebrò i mille anni dalla fondazione di Roma e si dimostrò conciliante con i cristiani, tanto che alcuni dicono fosse egli stesso cristiano.

Questo gli alienò il favore dell’esercito, che lo destituì e nel 249 incoronò il tribuno urbano Decio, poiché molti pensavano che i cristiani turbassero la pax deorum, distogliendo gli dei dal favorire Roma.

Decio infatti proclamò la prima vera e propria persecuzione sistematica contro i cristiani, adottando una politica ben diversa rispetto al rescritto di Traiano, che aveva dettato legge fino ad allora. Adesso tutti i cristiani, non solo quelli accusati in maniera non anonima, dovevano sacrificare agli dei.

Se molti, i cosiddetti martiri, lo fecero, suscitando tra l’altro ammirazione e conversioni anche in coloro che prima non erano attratti dal cristianesimo, come testimonia Tertulliano nell’ Apologeticum, molti altri preferirono salvare la vita rinnegando la loro religione monoteista e adorando gli dei pagani.

Questi furono chiamati lapsi, perché scivolarono nel peccato, o libellatici, perché dotati del documento, il libellum, che testimoniava che avevano fatto i riti pagani.

Una volta ucciso Decio in una battaglia contro i Goti nel 251, la persecuzione fu ripresa da Valeriano, che morì in un modo disonorevole e impensabile fino a pochi decenni prima.

Catturato dai Persiani con l’inganno nel 260, finì i suoi giorni morendo di stenti come schiavo dell’imperatore persiano, costretto anche a  lavorare presso una miniera.

Egli aveva associato all’impero il giglio Gallieno, ma questo non impedì che si rompesse l’unità dell’Impero Romano, con la costituzione di un Impero delle Gallie a occidente e di un Regno di Palmira a Oriente.

Gallieno proclamò un editto di tolleranza nei confronti dei cristiani, ma fu Aureliano (270-275) a riportare l’unità dell’impero, e a favorirne la restaurazione, che avvenne con uno dei suoi successori: Diocleziano.

 
 

 
 

 
 

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